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Il tunnel da arredare


Il tunnel da arredare
L'editoriale del numero di luglio/agosto di In Piazza a firma di Guido Caselli, direttore del Centro Studi di Unioncamere Emilia Romagna
Nel raccontare gli anni della crisi gli economisti hanno fatto spesso ricorso alla metafora del tunnel. Gli ottimisti ogni anno ci annunciavano la luce in fondo al tunnel, i pessimisti ci spiegavano che effettivamente si vedeva della luce, ma erano i fari di un treno proveniente in senso contrario. Altri ancora, ed io tra questi, non scorgendo alcuna luce hanno sempre preferito raccontare di un tunnel da arredare, da rendere confortevole, perché sarebbe stato la nostra casa ancora a lungo. 
Oggi cominciamo a registrare piccoli segnali di risveglio della nostra economia, tuttavia troppo deboli per poter parlare di ripresa. Il consiglio di arredare il tunnel rimane valido, sia per adattarci alle  trasformazioni vissute in questi anni, sia per prepararci ai grandi cambiamenti  in arrivo. Ve ne sono almeno tre destinati a modificare profondamente lo scenario che ci accompagnerà nei prossimi anni. 
Innanzitutto il clima. Se non si darà concreta attuazione agli accordi di Parigi per la riduzione dell'emissione dei gas serra - e le ultime affermazioni del Presidente statunitense non preannunciano nulla di buono - il livello dei mari si innalzerà di 25/30 centimetri entro il 2050. Sono 33 le aree italiane ad alta vulnerabilità che rischiano di essere sommerse dal mare, tra queste il delta del Po.
Un secondo cambiamento riguarda la demografia. In Emilia-Romagna tra trent'anni ci saranno 28 anziani ogni 100 abitanti, 238 ogni 100 bambini, un dato che sarebbe ben peggiore se non ci fossero gli stranieri ad alimentare le nascite. Aumenterà anche la popolazione straniera, oggi rappresenta circa il 13%, tra trent'anni arriverà a sfiorare il 25%.
L'Emilia-Romagna sarà una regione dove metà della popolazione sarà anziana o straniera. Una buona notizia, in quanto indice di una regione capace di accogliere e con un'elevata qualità della vita. Al tempo stesso una notizia che ci avverte che dobbiamo prepararci a un modello economico e sociale destinato a cambiare radicalmente. 
Terzo cambiamento, la tecnologia. Siamo all'inizio dell'Industria 4.0, la fabbrica dove le macchine sono interconnesse attraverso l'Internet delle cose, imparano dai big data, dove si usano la realtà aumentata e la stampa 3D. Cambierà il modo di produrre, ma non solo quello, cambierà il nostro modo di vivere. 
E cambierà radicalmente il mondo del lavoro, già oggi si stima che quasi la metà delle professioni attuali siano sostituibili dalle macchine. Altri sono più ottimisti sul futuro del lavoro, sostengono che, come in ogni rivoluzione tecnologica, di fronte alla distruzione di posti di lavoro se ne creeranno altri nuovi e in misura superiore. Altri ancora affermano che il 65% degli studenti di oggi svolgerà delle professioni che oggi non siamo nemmeno in grado di immaginare. Credo ci sia del vero in queste due ultime affermazioni, ma temo che il saldo occupazionale portato dalla tecnologia sarà di segno negativo.
Attenzione però, arredare il tunnel non significa non darci da fare per uscirne. Perché è vero che ci sono cambiamenti che non dipendono da noi, sui quali poco possiamo, ma ce ne sono tanti altri sui quali possiamo intervenire. Sappiamo che il futuro non avviene seguendo traiettorie lineari, ma passa da momenti di rottura o discontinuità, alcuni dettati da fattori esterni, come la tecnologia, ma anche dalla nostra capacità di avere una visione ed operare delle scelte coerenti con essa. 
Perché il futuro non si prevede ma si fa, iniziando a costruire il presente.

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